Chi sono Io?

Chi sono Io?
la via della meditazione e dell'Intensivo di Illuminazione

06 dicembre 2018

Cara storia, addio!

E arriva il momento in cui devi lasciare andare la tua storia. 
Quella storia che ti definisce, che ti dice chi sei, che ti spiega il mondo che ti accade, che ti protegge dal dolore e che ti accarezza nelle difficoltà.
Alla fine, è una storia e non sei tu.

Oggi, mentre giocavo con un ragazzo autistico, lo osservavo nel suo essere completamente nel proprio mondo, inconsapevole di tutto ciò che c'è intorno. Per lui c'era solo il cd che ascoltava, e io che stavo con lui. E in quel momento mi ha preso una forte commozione, perchè mi sono visto quanto sono prigioniero della mia storia, del mio tempo, e di quel personaggio che chiamo 'Giacomo'.
Lui, nella sua disabilità, era libero. Io nelle mie piene capacità ero prigioniero.

E così ho lasciato andare... ho detto fine a questa storia che porto avanti da sempre, e alla quale in questi ultimi anni mi sono aggrappato con più forza che mai.
Ho lasciato andare, e in un attimo mi sono sentito pure io libero e leggero, pienamente nel momento presente, nell'Adesso, con una gioia infantile nel cuore di poter vivere la vita ORA, proprio come sta accadendo adesso. Niente più passato o futuro. Niente più interpretazioni. Solo l'Adesso nel suo meraviglioso accadere.
E finalmente realizzo che non c'è in verità nessuna storia. Non è mai esistita sebbene me la sia raccontata giorno e notte. C'è solo l'Adesso, il momento presente, nella sua immensità. Non c'è un 'come' deve essere, né un 'quando' o un 'perchè'. Semplicemente c'è l'accadere.

E così, anche per me è arrivato il momento di lasciare andare la mia storia. Me la sono raccontata a lungo, mi ci sono aggrappato strenuamente nelle lunghe notti di sofferenza, è stata la mia speranza per lungo tempo, ma ora mi accorgo di aver vissuto in un libro, protagonista di una storia che non c'è.

Chiudo il libro, alzo lo sguardo, incontro gli occhi di quel ragazzo che mi sorride, e gioco con lui.

01 dicembre 2018

Fermo nel Vuoto

Da tempo ricevo dalla Vita l'ndicazione, l'nvito a stare fermo nel vuoto, a stare in quella condizione che chiamo 'senza' dove appunto non c'è nulla che riempie.
Stando in questo spazio mi rendo via via conto di come tutto è servito e vuole servire ancora per riempire, per non farmi sentire questo vuoto che, a primo acchito, è angosciante perchè non ha punti di riferimento, nessuna sicurezza, nessuna direzione.
E' un vuoto che richiama il neonato che non riceve ciò che ha bisogno, e si sente perso, impotente, fragile e ferito oltre ogni possibilità di guarigione.
Comprendo perchè molti, di fronte a questo vuoto, hanno perso la ragione arrivando ad azioni estreme, così come comprendo perchè la maggior parte della gente fa di tutto per starci lontano.
Nel mio caso, ci ho provato a riempire ma alla fine la Vita mi ha messo all'angolo e vuole che ci passi attraverso.
Così, rimango fermo, e tutto di me comincia a tremare. Sento le paure, la mente che dice di tornare indietro, immagini di disastri e fallimenti, di abbandono e di solitudine. Tutto dentro si agita mentre rimango fermo e abbraccio questo vuoto.

I maestri dicono che in verità dietro a questo vuoto c'è una grande Luce. Ci sono momenti in cui la percepisco per un istante, e colgo la meraviglia che sta accadendo: il processo di guarigione passa attraverso il far cadere tutte le identità, tutti i personaggi che ho creato per stare lontano da quel vuoto. E' dura stare fermi e non creare qualcun altro, magari migliore dei precedenti, più saggio, più maturo... E' dura stare lì ad osservare che tutto cade e non rimane nulla. Ma questo nulla non è niente, è qualcosa di inesprimibile e di non percepibile con i sensi. Lo avverto perchè una gioia nel cuore mi prende per un istante, mi commuove, mi da pace profonda, e mi da la forza di alzarmi e di vivere la mia giornata, senza far troppo rumore, senza farmi troppo notare.


10 novembre 2018

Sìì intimo con il tuo dolore

Alcune notti fa ho fatto un sogno: due sole scene di pochi secondi. Nella prima il tradimento, nella seconda l'abbandono; i due grandi temi della mia vita.
Ancora una volta la Vita mi ha chiesto di guardarmi dentro fino in fondo, nella parte più oscura dove davvero sembra che la luce non sia mai giunta.
E ancora una volta l'ho fatto. Mi sono lasciato avvolgere da quelle sensazioni terribili, e con esse il senso di impotenza, di fallimento, di paura di non sopravvivere, di angoscia tremenda e straziante.
Mi sono lasciato di nuovo condurre là, a quel bambino ferito che piange disperato, e ho permesso che tutto riaffiorasse ancora e ancora.
Poi, una volta passata la tempesta ho raccolto i miei pezzi e mi sono alzato per vivere la mia giornata. Nessuna nuova comprensione, nessun barlume di consapevolezza, nessuna speranza che qualcosa alla fine possa cambiare. Solo accettazione di ciò che è.

Sono passati alcuni giorni da quel terribile sogno, e mi sono osservato attentamente, perchè diversamente dalle altre volte, sto sperimentando una sensazione di leggerezza mai provata prima. Mi sento più integro, meno diviso e separato. Non avverto le solite paure che da tempo mi accompagnano. C'è uno stato di serenità e di pace interiore. Ma soprattutto ciò che mi colpisce è questa leggerezza, come se una gran parte della mente e della sua pesantezza se ne fossero andate.

Questo percorso di profonda guarigione forse ha toccato una tappa importante. L'essere rimasto così intimo con il mio dolore, senza ribaltarlo fuori, senza razionalizzarlo, senza togliermi e senza negarlo, sta permettendo una guarigione che va al di là di me e dei miei desideri o resistenze. Davvero, mi rendo sempre più conto di come io sia in verità solo spettatore di questo processo. Onestamente, non so come fare a guarire e ogni mio tentativo è sempre fallito amaramente. Però sto imparando a osservare, ad osservarmi mentre vivo ciò che vivo, e quello che noto è che qualcosa dentro si sta mettendo a posto, sta davvero guarendo.

31 ottobre 2018

L'ultimo vestito

So bene qual'è l'ultimo vestito che tengo ancora addosso.
E' quello che mi permette un'ultima sottile distanza dall'altro, che mi fa sentire ancora speciale, unico e diverso, che mi protegge dal dolore nudo e crudo.

Oggi mentre giocavo con un bambino difficile sentivo come lo tenevo a distanza. 
Mio padre che mi chiama per dirmi che ha una foto nostra che vuole regalarmi, ed io che dico 'va bene' dalla mia distanza.
E proprio qui ho sentito forte la stretta al cuore. Non più 'mio padre' ma un essere umano come me, e come me con la difficoltà a comunicare, a essere intimo, e con un infinito bisogno di esserlo.

Questo ultimo vestito mi permette di non essere toccato dalla Vita fino in fondo. Sì, fino in fondo, fino a sentire la mia piena umanità e ordinarietà. Più nessun effetto speciale, nessun sentirmi unico. Una piena e completa mescolanza con gli altri, con questa umanità che sopravvive di giorno in giorno, con il dolore che porta dentro e che è il mio dolore.
Ancora resisto a riconoscere nelle persone sofferenti e in difficoltà il mio stesso dolore. Voglio ancora sentirmi speciale perchè io quel dolore non ce l'ho, ma non è così. Ce l'ho eccome, e questo mi rende totalmente uguale agli altri.
Ancora guardo il mondo da qualche centimetro di altezza. Ho fatto in questi mesi tanti passi per scendere e mi rimane un ultimo passo che rimando, quello di scendere quei pochi ultimi centimetri e ritrovarmi sulla terra, dove sono tutti gli altri, quella terra polverosa dove camminano tutti.

La Vita continua ad invitarmi a lasciar cadere questo ultimo vestito. Io ci provo e lotto contro me stesso, perchè c'è una parte che vuole sopravvivere mentre in quel sentirsi come tutti gli altri non rimane più nulla di 'me'. Cade la mia storia speciale, la mia unicità, e pur essendo questo un processo meraviglioso, ho paura, paura di fare questo ultimo passo, paura di essere mangiato dal mondo.

Ma so che accadrà. 

27 ottobre 2018

Invito dal Cuore

La Vita continua a invitarmi ad aprire il cuore. Io resisto, ma alla fine il cuore si spezza, ogni volta.

Oggi camminavo per la strada e trovo chinata per terra una donna che chiedeva l'elemosina. Avevo fretta e ho proseguito, ma poi mi sono fermato e sono tornato indietro a darle un euro.
Dopo qualche centinaio di metri mi fermo in un bar a bere un thè. Mentre sono seduto un nero che si avvicina ai tavolini per chiedere l'elemosina. Penso: "Ho già dato". Lui viene da me e gli dico che mi spiace ma non posso dargli. Lui mi risponde: "Non voglio soldi. Ho fame. Dammi del cibo". Mi fermo interiormente. Comprendo che, come tante volte è successo in questi mesi, è la Vita stessa a parlarmi, e a volere che faccia qualcosa perchè mi sta insegnando.
Così mi alzo ed entro nel bar con lui. Sono imbarazzato perchè mi sento addosso gli occhi di tutti con la loro disapprovazione. Dico a lui: "ti prendo del pane" e mi risponde: "No, voglio la pizza". Cedo di nuovo interiormente e mi avvicino al bancone della pizza. Lui sceglie il pezzo più grande e più farcito. Dico alla barista: "lo incarti, lo portiamo via" perchè non vedo l'ora di uscire da quel bar. Lui dice: "No, la mangio qui" e così faccio scaldare la pizza, sempre dopo un altro cedimento interiore.
Mentre la pizza si scalda, pago alla cassa, lo saluto, e torno al mio tavolino e al mio the. 
Lui mangia, e poi passa a salutarmi e a ringraziarmi, e se ne va.

Io lo osservo, e nel sentirmi bene per aver fatto una cosa buona, mi si stringe il cuore. Potevo fare di più. Potevo stare con lui al bancone mentre mangiava, invece che andarmene via per tenerlo lontano. Potevo chiedergli come si chiamava, da dove veniva, se aveva un lavoro, una famiglia. Ho anche io una famiglia e so cosa vuol dire sentirsi addosso la responsabilità di averla sulle spalle.

In parole semplici, potevo mescolarmi con lui; farmi toccare da un'umanità semplice, povera e comune. Potevo per un attimo sentirmi veramente e profondamente uguale a lui, due uomini che parlano di vita e condividono ciò che hanno. Potevo annullare quella separazione che fa di me un uomo benestante e lui un povero disgraziato. Davvero, potevo sentirmi uno come tanti, uguale agli altri, ordinario come tutti.
Non ci sono riuscito. Il cuore non era aperto abbastanza. Ma so che la vita non ci passerà sopra., non mi farà sconti. Tornerà a bussare alla porta, ancora e ancora, finchè non l'aprirò del tutto.